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PUPONE, PAURA DE CHE? Totti nun fa' Peter Pan ...


Scrivo da romanista e lo faccio iniziando con una poesia di Trilussa intitolata "La paura"...

So’ coraggioso e forte!

– disse un cavallo ar Mulo – e vado ar campo

pieno de fede, sverto come un lampo,

tutto contento de sfida’ la morte!

Se arriva quarche palla che m’amazza

sacrifico la vita volentieri

pe’ la conservazione de la razza.

– capisco, – disse er Mulo –

ma, su per giu’, pur’io

che davanti ar pericolo rinculo,

nun conservo la razza a modo mio?


Mentre all’Olimpico risuonavano Morricone e Venditti quel che importava era aver portato a termine un compito: quello di essere stato fedele alla propria storia. Rinunciare al Real Madrid per vivere un momento così? Perché no? Tra i tanti risvolti romantici e non dell’addio di Totti, mi piace cogliere questo, che condensa meglio di ogni altro sentimento il senso di uno stadio commosso fino alle lacrime per un uomo che era diventato un simbolo, a volte ingombrante, di una città e di una nazione abituata a tradirsi per opportunistiche velleità.


Si tradiscono gli elettori e i cittadini, i nostri governi lo fanno con la Germania e le nomenklature europee; si tradiscono gli ideali, i vecchi ai quali stiamo consegnando le chiavi per la loro fine terrena e i bambini che preferiamo non vedere nemmeno mai nati. Tradiamo tutto e tutti: il coniuge, gli amici. Tradiamo persino noi stessi perché la vita è la vita e va presa com’è, quindi non ci tocca di dover fare gli eroi.


Ecco perché Totti, al quale perdoniamo le intemperanze agonistiche e guascone in campo, mi ha fatto alzare la testa: perché si è presentato per il suo ultimo giro fedele a tutto e a tutti: fedele al suo popolo, fedele alla sua famiglia, fedele a sua moglie, fedele ai suoi figli e fedele alla sua maglia. Con la soddisfazione di aver portato a termine un cammino con la sola forza della volontà. Questa è la categoria privilegiata per cercare l'infinito, cui tutti inconsciamente o no aneliamo, quella gioia che non sfuma e non svanisce con i nostri deboli starnuti che è tracciata nel cuore.


Ma restando ancora in fondo un bambino, Peter Pan prigioniero del suo ruolo, per liberarsi dal quale oggi chiede aiuto con paura alla sua gente. Anche qui, nel bene e nel male, senza paura di mostrare le sue fragilità, Totti rappresenta l’eterno giovane che a 40 anni suonati non si decide a voler crescere, emblema anche lui di un’epoca che i figli preferisce coccolarseli svuotati di responsabilità.


Il fatto però è che lui era già cresciuto non in questi 25 anni, ma attraverso questi 25 anni, solo che gli sembra di non riconoscerlo perché ha paura che la vita fuori dal campo gli riserverà un destino più mediocre e meno trionfante. Quando invece, ed è quello che io gli direi per rispondere a quel “ho paura, adesso è finita veramente”, ora per te comincia una vita vera, che potrai affrontare con l’esperienza di chi sul campo da calcio ha giocato ad essere un uomo e ci è riuscito. In fondo, si può diventare grandi con molto meno e senza i cori di chi ti incita. Ma se hai paura perché vedi davanti al te il buio di una vita senza gloria, sappi allora che questo è capitato nel nascondimento a tante altre esistenze prima di te quando hanno dovuto fare i conti con la responsabilità degli anni.


Sopravviveremo anche alla fine calcistica di un talento mostruoso e simpatico, non è il caso di scomodare l’epica per quello che in fondo è un gioco. Però avremo impresso un modello di fedeltà che potrà essere speso per tutte le nostre misere vicende. Il modello di chi ha preso su di sé un compito, quello di essere un simbolo e lo ha portato a compimento fino alla fine senza cedere di un millimetro rispetto alle tentazioni e alle cadute. Abituati noi italiani a cambiare casacca su tutto, nel lavoro e nelle guerre mondiali, Francesco Totti, nella sua italianità così pacchiana e infantile, ma sanguigna, rappresenta l’anti italiano per eccellenza, quello che dovrebbe essere un italiano se non fosse italiano. E anche per questo mi piace. Grazie Pupone... ti vogliamo bene!

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